Il pane che mangiamo

Renzo Ferrari

Dal celebre padre non ereditò soltanto le idee ma, soprattutto, l’amore per la poesia. Renzo Ferrari (1915-1990) – figlio di Renzo Novatore (caduto sotto il regio piombo fascista dopo aver incendiato chiese e cuori, svaligiato casseforti e sogni, assaltato arsenali e desideri), nonché collaboratore di vari periodici anarchici internazionali – è stato anche autore di alcune raccolte poetiche: “I canti della meditazione e del dolore” (1949), “Del tutto e del nulla” (1952), “Ombre crepuscolari” (1974), “Il pane che mangiamo” (1989).
Qui di seguito alcuni dei suoi versi:

Il pane che mangiamo

Non di grano
ma di farina atomica
cotta nel petrolio
è il pane che mangiamo.

Di Caino
«civili e progrediti»
stiamo leggendo
l’ultima pagina di Storia.

L’abbiamo letto tutto
questo lungo libro
e ne siamo annoiati.

Ma suonerà il silenzio
ci farà dimenticare
d’essere di fango,
appesi al palo
dell’uguaglianza che divide
della libertà che opprime e umilia
della fratellanza che tortura e uccide.

Sotto il Dio che non parla

All’ombra della sera
abbiamo ricamato speranze,
bevuto ansie di mattini.
Assorti nella preghiera
credemmo che il giorno fosse pace,
fosse amore.

Ma ci svegliammo
– insanguinati! –
all’alba, sotto il Dio che non parla.
Ora – fra gusci di parole,
soli a morire dentro di noi –
dal tutto che precipita
fissiamo il vuoto,
e siamo pietre mute nella frana.

Forse…

Forse
– ancora più pensosi –
ritorneremo domani
sulle vecchie strade
a ricercare i cocci
del nostro passato,
ma resteremo una favola,
una pianta abbandonata
che fa ombra
– nel deserto –
al proprio fiore.
E saremo ancora soli
a chiedere un approdo,
persi
– come una scatola –
nella vastità di un mare
senza rive.

Cerchietti a lapis

Il presente scivola
lasciandoci tra le dita
desideri d’arrivi,
ma non ha un volto l’avvenire.
Sempre più soli,
sempre più stanchi
non sappiamo a chi chiedere
dove siamo e dove andiamo.
Se non osserviamo la regola,
se non beviamo il vino della demenza
la vita ci rifiuta,
questa è la legge.
Inarrendevoli al Fato
zoppichiamo dietro code di speranza,
ma si fa noia l’attesa
e inutile quest’ansia di fuggire.

Previsioni

Avremo i finimenti
e il paraocchi
come i cavalli da tiro.
Sentiremo chiuso il respiro,
crocifissa sul labbro
la parola.
Così – col sempre
delle cose uguali –
cadrà la sera su di noi
diventati silenzio.
E sarà buio sul mondo
se, per pigrizia, non avremo in tempo
rotto questa coltre di paura.

È ancora buio

Abbiamo imparato
a manovrare il cannone,
a muoverci dentro le tane
a respirare il tanfo delle sentine.
Abbiamo eseguito un ordine
che diceva di uccidere.
Abbiamo – con l’odio nel cuore –
parlato di bontà senza sentire
nascerci sul viso la vergogna.
Per una medaglia di latta
e dure parole di cera
abbiamo ferito la terra,
fatto piangere le pietre.
Ora, dopo tanto vile coraggio,
viviamo di paura e non sappiamo
che far come il serpe
quando è sera.

Spazialità

Abbiamo parlato di fratellanza
coltivando fiori artificiali
e ogni uomo ha il viso di un nemico.
Abbiamo chiuso alla terra i pori
col cemento e sui campi offesi
cresce amaro il grano.
Parlando di pace, sempre invano,
abbiam cosparso di rovine il mondo
minandolo nel centro.
Ora – presi da follia – cerchiamo,
prima che tutto esploda,
di salvarci fuggendo verso il cielo.

La realtà

Pazzo, non senti la realtà?
– mi si grida –
Abbandona il tuo Sogno!
Oh, la realtà, la realtà.
Che nome è questo che tanto male mi ha fatto?
Troppe monete false hanno avuto prestigio
e hanno comprato al mercato
la merce rubata.
È commerciale la cosa?
Allora sta bene, io non sono un mercante!
Io so che tutto ciò che fra le mani m’è giunto
ha lasciato un odore di cloaca,
ed è questa la realtà.
Tutto ciò che sulla terra è caduto
ha dovuto sporcarsi di fango.
O parola, parola: ripudio il tuo senso,
lasciami andare lontano…
Io navigo a remi nel Sogno
e preferisco al mercante
essere Pazzo. Esser Pazzo e Poeta.